Fra i tanti ricordi, tutti all'insegna dell'affetto e della stima
reciproca, che mi legano a Federico Tanzi e che derivano da una lunga
anche se discontinua frequentazione, ne ho ripescato uno,
particolarmente antico, nascosto fra i recessi della memoria, da
collocare alla metà circa degli anni Sessanta di quel secolo "breve"
che abbiamo da poco archiviato senza troppi rimpianti.
Piombino era, in quel periodo, un centro urbano di medie dimensioni
che, dopo essersi lasciata alle spalle la crisi del primo decennio
postbellico, nella ripresa economica simboleggiata dai pennacchi di
fumo delle sue acciaierie, sembrava proiettato verso un futuro
solidamente florido.
Il benessere che si stava diffondendo coincideva con la crescita,
anche culturale, di una working class sempre più emancipata dalle
antiche pastoie del proletariato e ormai in procinto di evolversi
in piccola borghesia. Proprio in quegli anni, nel locale liceo
classico "Giosuè Carducci", tradizionalmente scuola selettiva e di
élite, per la prima volta il numero degli iscritti figli di operai
fini per superare quello degli alunni che provenivano da famiglie
alto borghesi: imprenditori, medici, avvocati, architetti... Fu allora
che, all'interno di un ristretto gruppo di studenti, nacque l'idea
di fondare un piccolo circolo culturale, di matrice laica,
apartitica e aconfessionale, che rispondesse alle esigenze di
aggregazione di molti giovani e, soprattutto, arricchisse quel
bagaglio di conoscenze letterarie, musicali ed artistiche che la
scuola, nonostante le migliori intenzioni, non riusciva a garantire
in modo soddisfacente. Nacque cosi il "Galileo" che, nella sua pur
breve vita, riusci, tra le altre cose, ad aprire nuovi orizzonti
alle giovani menti, organizzando mostre di pittura, scultura e
fotografia a livello nazionale e contribuendo a farci uscire da
quell'atmosfera di grigio provincialismo che ancora attanagliava la
nostra cittadina. La galleria di cui il circolo si era dotato era
frequentata, in quelle occasioni, da molti pittori locali, alcuni
destinati a crescere in bravura e fama, altri che sarebbero passati
come fugaci meteore, tutti, però, in grado di alimentare accesi e,
non di rado, turbolenti dibattiti, sulle incerte sorti dell'arte
contemporanea.
In uno di questi affollati vernissage ebbi modo di
conoscere Federico Tanzi che mi colpi, da subito, per il modo pacato
con cui partecipava alle discussioni e per la logica semplice e
ferrea che era costantemente alla base delle sue argomentazioni.
Atteggiamento che lo distingueva, in maniera netta, dalle pose e dai
toni, spesso ai limiti della presunzione e della guasconeria, della
maggior parte degli altri interlocutori. Solo più tardi seppi che
anche lui si dedicava alla pittura ed ebbi l'opportunità di vedere
alcune sue opere. Finalmente, nel 1968, gli fu dedicata, negli
stessi spazi, una personale che dimostrò, in maniera inequivocabile, come
il panorama artistico cittadino si fosse arricchito di un nuovo,
incisivo talento.
I suoi paesaggi industriali che, personalmente,
ritengo appartenere alla fase più significativa e luminosa della
produzione di Federico, colpirono straordinariamente la mia
sensibilità di adolescente ancora, artisticamente, un po' confuso.
In un inevitabile sforzo associativo mi vennero in mente Carrà,
Boccioni, Morandi, perfino Rosai. In realtà il nostro personaggio
che vicende esistenziali e lavorative avevano proiettato, con
inevitabili contraccolpi geografici e culturali, dalla natia terra
ciociara a Milano e, infine, a Piombino, pur con qualche influenza
dovuta ad alcune, importanti, frequentazioni, apparteneva alla non
esigua schiera degli autodidatti di ingegno e capacità non mediocri.
Appena giunto nella cittadina la cui vocazione marinaresca e
portuale sembrava essere stata definitivamente soffocata dalla
proliferazione industriale, aveva subito anche lui il fascino
"malsano" della fabbrica, dello smog, delle ciminiere, con il
vantaggio, però, di poter conservare una prospettiva "esterna",
tutto sommato privilegiata, dato che la sua professione gli
consentiva di trovarsi al di fuori degli opifici industriali ed
aveva la mente naturalmente sgombra da ogni tipo di condizionamento
e pregiudizio.
Tanto per ricorrere ad un confronto illustre, Renato
Guttuso, la cui sporadica presenza a Piombino non mancò di produrre
positive spinte emulative, si era avvicinato alla fabbrica,
all'epoca della chiusura della Magona, animato da quella inesausta
volontà di supportare gli sforzi degli operai tesi al miglioramento
delle proprie condizioni e, nello specifico, alla difesa del posto
di lavoro, che derivava dal suo forte impegno politico. Per lui,
quindi, l'agglomerato industriale, oltreché luogo dove si lavorava
in condizioni disumane, era innanzitutto una fucina all'interno
della quale, al pari dell'acciaio, si tempravano i caratteri e
nascevano e si consolidavano nuove idee di democrazia e libertà.
Fernando Farulli, importante pittore fiorentino che ebbe con
Federico rapporti di familiarità e di amicizia, rimase, all'inizio,
quasi traumatizzato, come lui stesso racconta, da quel groviglio di
tubi e ciminiere, da quei complessi rugginosi e alienanti, che
stridevano clamorosamente con la serenità della campagna circostante
e, soprattutto, con la bellezza del mare, sullo sfondo. Poi, poco a
poco, "le luci e le fiamme, l'aria lacerata e colma di questo fuoco
veemente, come se tutto il mondo fosse ormai fuoco" lasceranno
sempre più spazio all'esaltazione, eroicizzata fino al mito, del
lavoro, della fatica che finisce per sublimare l'individuo. Nel
ciclo de "I Costruttori" la fabbrica non è più il Moloch, divinità
mostruosa che pretende sacrifici umani ma diviene una sorta di
"Saturno che divora i suoi figli, ma anche li crea".
Altri pittori
piombinesi, accomunati dal fatto di essere quasi tutti impiegati
all'interno dell'industria, più o meno in quegli stessi anni,
avevano rivolto l'attenzione ai diversi aspetti del microcosmo
operaio, chi calandolo in una dimensione quasi epica, come Sirio
Bandini, chi evidenziandone, con sarcasmo spesso feroce ed amara
preveggenza, quelle problematiche che ne avrebbero determinato la
futura crisi, come Romano Guantini, con i suoi disegni
caratterizzati da uno spirito caustico e dissacratorio. La fabbrica,
per oltre un ventennio, analizzata sotto un profilo economico,
politico, antropologico e socio-culturale, divenne il centro degli
interessi di molti studiosi e ricercatori universitari e numerose
furono le tesi di laurea redatte sull'argomento. Non ci fu nessuno,
però, che ebbe la capacità di osservarla e rappresentarla con quella
lucidità, ad un tempo sbigottita e commossa, che caratterizza lo
sguardo, particolarissimo, di Federico.
Appena stabilitosi a
Piombino, la sua sensibilità di uomo
"profondamente legato alle meraviglie della natura", è in un certo
senso mortificata dallo spettacolo di una fabbrica che, anziché
collocare i suoi capannoni nelle lontane periferie, sembra aver
inglobato il centro urbano, costringendolo in spazi sempre più
angusti. Non a caso, nei suoi primi quadri, l'industria, con le sue
alte mura, le ciminiere, il fumo onnipresente, è l'elemento
dominante ed inquietante e l'essere umano non è che una presenza
accessoria e saltuaria. Quest'uomo integerrimo, con ancora negli
occhi e nel cuore gli ambienti sani ed incontaminati, le acque
limpide dei torrenti della nativa Ciociaria, si fa latore,
attraverso le sue opere e le sue riflessioni, che non di rado affida
a giornali ed a scritti privati, di un pensiero che potremmo
definire "ecologista" ante litteram. In un momento nel quale, più o
meno consapevolmente, si era disposti a barattare i rischi cui la
salute dei cittadini era esposta a causa del forte inquinamento
atmosferico, con un duraturo benessere economico, Federico Tanzi è
uno dei pochi a sottolineare le terribili prospettive di un futuro
sempre più tecnicizzato dove si potranno avverare le tragiche
profezie dell'asservimento dell'uomo alla macchina, con conseguente
perdita di identità e lo fa con encomiabile coerenza, sia come uomo,
animato da un profonda e quasi francescana religiosità, che come
artista, dominato da una visione altamente morale dove, a fronte di
una inevitabile constatazione della negatività del presente, non
mancano mai la speranza e la fiducia in quanto di buono, piccolo
barlume del divino, c'è, nonostante tutto, in ognuno di noi.
Ho
conservato una pagina tratta dalla cronaca locale in cui, con
severità e, nello stesso tempo, senza ricorrere ai toni
esasperatamente polemici che oggi vanno per la maggiore, esprime
disagio e rammarico per come il nostro paese, naturalmente
privilegiato da un'eccezionale posizione geografica e potenzialmente
ricco di bellezze naturali, si sia sviluppato in maniera anomala,
quasi a dispetto di questi favorevoli presupposti. "Peccato, questa
città cresciuta male... "così recitava l'emblematico titolo
dell'articolo che, nella sua semplicità ed immediatezza, conteneva,
quasi venti anni fa, elementi di amara riflessione, senza dubbio
condivisibili da parte degli attuali esperti di urbanistica più
sensibili e consapevoli di un tempo, almeno cosi ci auguriamo,
rispetto a queste problematiche.
Non voglio insistere sugli aspetti più specificamente tecnici della
sua arte, che altri hanno affrontato, con profondità e competenza,
in questo stesso volume. Voglio invece sottolineare come, nel
lunghissimo percorso umano ed artistico di Federico, quasi nessuna
esperienza sia rimasta estranea alla sua curiosità e alla sua
volontà di misurarsi con linguaggi sempre nuovi, salvo poi
abbandonarli per tornare alle vecchie, consolidate certezze. Così si
possono spiegare le non frequenti, anche se felici, incursioni nel
campo dell'astrattismo, talvolta ai limiti dell'informale, e la
conversione alla scultura, frutto di un processo più complesso e
meditato. In questo ambito, infatti, il nostro non segue i consueti canoni e, pur non disdegnando
pietra e metalli fa una scelta per molti aspetti rivoluzionaria,
finendo per privilegiare il più infimo dei materiali, la plastica
che riuscirà a "domare", sapientemente, col fuoco.
Le figure che crea, nella loro
suggestione, conservano solo un barlume di naturalismo ed assumono un valore
fortemente simbolico. In questo universo di forme, dove si possono
scoprire animali reali e fantastici, trovano spazio anche alcuni dei
soggetti sacri che Federico aveva spesso sviluppato, con esiti
ugualmente toccanti ma con gli strumenti più immediati del disegno e
della pittura. Taniche, bottiglie di detersivo, contenitori di
plastica di ogni genere e misura, sono "riscattati" dal destino
inglorioso della discarica e rinascono a nuova vita, all'insegna del
"nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma", assurti
addirittura alla dimensione, particolarmente elevata, dell'arte. Il
successivo utilizzo dello "stirolo", un materiale più duro e
compatto, dalla struttura quasi microcristallina, a fronte di un
aumento consistente delle difficoltà di lavorazione, gli aprirà
nuove prospettive, consentendogli anche opere di formato maggiore.
Gli ultimi ricordi che ho di lui risalgono al primo decennio del
nuovo secolo e sono, indubbiamente, i più toccanti. Ripercorro
spesso, con nostalgia, quelle lunghe chiacchierate durante le quali,
oltre a mettermi al corrente dei suoi ultimi lavori e ribadire la
sua concezione esistenziale improntata ad un sostanziale pessimismo
"costruttivo", mi raccontava delle sue, sempre più frequenti
degenze, presso l'ospedale di Siena, motivate da una malattia
degenerativa che lo aveva assalito, diversi anni prima.
Quell'ambiente, pieno di sofferenza ma anche di profonda umanità,
gli aveva consentito di fare "leopardianamente" di quel dolore, suo
e degli altri, un ulteriore strumento di conoscenza che aveva
tradotto, artisticamente, in disegni e ritratti di dottori e
pazienti e gli aveva fatto trovare nuove e sincere amicizie. Mi sono
spesso chiesto dove trovasse la forza ed il coraggio di reagire ad
una patologia che avrebbe fiaccato chiunque altro.
La risposta l'ho trovata non solo nel suo carattere titanico ma,
soprattutto, nell'amore della moglie e della figlia, e nell'affetto
di tutti coloro che gli sono sempre stati vicini.
Va sottolineata
anche la sua straordinaria generosità: nell'imminenza della mostra
dell'aprile 2011, organizzata dal suo Quartiere, quando le forze gli
erano ormai venute meno e alla vigilia del definitivo, fatale
ricovero in ospedale, l'ultimo pensiero era stato per quelle
acqueforti che voleva regalare ai visitatori e che riusci comunque a
stampare, con sforzo sovrumano e la vista malferma, sul suo piccolo
torchio. Ne conservo gelosamente una come prova lampante della sua
inesausta volontà di donarsi agli altri. Non voglio aggiungere
altro.
Federico Tanzi è stato un uomo profondamente buono, onesto,
dall'animo limpido, amato, stimato e benvoluto da tutti: il fatto
che sia stato anche un grande artista gli conferisce un privilegio
non comune, quello di poter perpetuare, attraverso le sue opere, non
solo le suggestioni della propria arte ma, soprattutto, un messaggio
di alta moralità dove si può collocare la speranza, non illusoria,
di un mondo migliore nel quale parole come pace, amore, fratellanza
si riapproprino del loro alto significato. Sono certo che in tal
modo Federico si è guadagnato, anche qui sulla terra, un piccolo
frammento di eternità.
Pablo Gorini