Federico Tanzi nasce a San Giovanni Incarico (FR) il 2 agosto 1926, muore a Piombino (LI) il 15 aprile 2011. Pittore e scultore, si stabilisce a Piombino nella metà degli anni Cinquanta, dove tiene la sua prima mostra personale nel 1959.
Nel 1963 ottiene il primo premio alla mostra di pittura organizzata dal Ministero dell'Interno presso la Casa di Dante a Firenze. Nel 1964 partecipa e viene premiato ad un concorso di arte figurativa a Roma, al Palazzo delle Esposizioni. Nel 1974, durante una mostra indetta dal Circolo Culturale Antichità e Belle Arti di Roma, viene prescelto insieme ad altri artisti per rappresentare la cultura Italiana in URSS in una mostra a Mosca. Nel 1975 ottiene il primo premio nel concorso nazionale indetto dalla Galleria d'Arte Atelier des Images di Milano. Nel 1979 viene invitato, dalla Pontificia Commissione d'Arte, ad esporre alla Mostra d'Arte Sacra "L'uomo e il creato" ad Assisi.
Nel 1980 espone in una collettiva all'Abbazia di Montecassino assieme a Greco, Fazzini, Purificato, Annigoni, Messina ed altri artisti. Nel 1982 partecipa alla mostra patrocinata dal Comune di Piombino a Flemalle, in Belgio. Nel 1983 ottiene, per una scultura in plastica, il secondo premio al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma. Nello stesso anno gli viene assegnato "L'Oscar del Successo" dal Primo Canale RAl a Chianciano Terme. Nel 1987 partecipa ad una mostra collettiva ad Hammamet, Tunisia. Nel 1990 ottiene il primo premio "De Pisis" per la scultura a Ferrara e riceve un invito personale per esporre cinque sculture al Midtown Manhattan di New York. Nel 1992 espone quadri e sculture in una personale nel Chiostro di San Cristoforo a Siena. Nel 1995 la Regione Toscana lo include nel Rapporto sul Sistema dell'Arte Moderna e Contemporanea in Toscana. Nel 1996 ottiene il primo premio da una giuria internazionale nella rassegna di pittura "Premio Cina 96', al Museo di Arte Moderna di Pechino.
Nel 1997 il Comune di Piombino gli allestisce una personale di pittura e scultura presso il Chiostro della Cattedrale di Sant'Antimo. Nel 1998 gli viene conferito a Tokyo il "Japan Trophy 98", nell'ambito della Rassegna Internazionale Artisti Italiani in Giappone. Nel 1999 a Parigi partecipa alla Rassegna di Arte Contemporanea "Premio Europa - Parigi '99", per la sezione scultura. Nel 2001 allestisce due mostre personali, la prima al Circolo Ufficiali dell'Accademia Navale di Livorno e la seconda presso il Complesso Didattico del Policlinico "Le Scotte" di Siena. Le sue opere figurano in collezioni pubbliche e private. Alcuni dipinti fanno parte della raccolta del Museo Civico del Castello Sforzesco di Milano e del Centro Congressi Domus Pacis di Assisi. Una sua scultura in plastica intitolata "Vescovo mitrato" è collocata nella Segreteria di Stato della Città del Vaticano. 

Anche nel cervello ci sono due torri, una antichissima, ancestrale, in cui gli artisti erano cacciatori primitivi e dove il pensiero è rapido, immediato, sintetico. Forse anche infernale, attraente. Nessun fronzolo. L'altra torre, invece, è quella dei giorni nostri, molto più lenta e riflessiva. La prima raccoglie i ricordi in superficie che, spesso, sembrano veri solo perché ci sforziamo di rammentarli; la seconda è più analitica, è la ragione stessa. Ma c'è anche il picco del cuore, il culmine, la sommità del sentimento: ed è da questa torre che Tanzi pensa e realizza le sue sculture.
Carismatico, impetuoso, visionario. Davanti a lui nessuna notte buia che impedisca al sole di sorgere. Scontroso, accecato d'amore. Una voce, in pittura e in scultura, che sa sedurre. Passioni che quest'artista sa spegnere prima che brucino. Una magia. Rabbia, tormento. Un uomo spaventato, di fronte a un universo piccolo e ormai insignificante.
Un dinamismo che lacera, che sbriciola le vesti delle figure ritratte, inondandole di un chiaroscuro tremolante ma grintoso. Talvolta incompreso, emarginato, intollerante, propone icone che sono il teatro della vita. Impulsivo, svela la prigione dell'anima, dona la solitudine di chi stupisce. Potente, sicuro, irrefrenabile. Vive, senza freni intellettuali e dipinge acquerelli rari, delicatissimi. Strappa alla terra sculture possenti, luminose.
Federico Tanzi è anche questo: amore, fantasia, ricerca malinconica di un paradiso perduto e la fame per un futuro terribile, senza immaginazione. Un dolore straziante in agguato, un'angoscia che corrode, un talento innato, inquieto, seducente. In un istante, il volto della morte.
Uno stile che si fa martirio, che straccia i colori deboli e i versi banali. Una furia intellettuale che va oltre, che inganna la retorica e stritola la lentezza della composizione. Disegnatore superbo, incisore sopraffino, poeta irruente. Con la voglia di superare le porte della percezione, come recita Jim Morrison. Illuminato, energico. Un animo in tempesta, una mente che vola, ossessionato, spesso provocatore, si congeda urlando. Profetico. Un ciclone.
"Il mio occhio s'è fatto pittore ed ha tracciato l'immagine tua bella sul quadro del mio cuore", è un verso di William Shakespeare. Che Federico fa suo.


Andrea Baldocchi

Diciamoci la verità, nell'arte ci sono nato, vissuto e cresciuto... ho dialogato, volente o nolente, con le più disparate forme di espressione artistica, con mille mondi interiori, con centinaia di esperienze personali, con paesi lontani e città del mondo, con botteghe, bottegai e grandi maestranze, mostri sacri e lontani, la eccellenti contemporanei,... ma se penso a quella magica attività che è la diffusione dll' arte, tra tutta la bellezza l'eleganza e la magnificenza... dopo molti anni... solo una cosa, realmente, vorrei diffondere e provare ad attaccare" alla gente, quasi fosse un'epidemia: "quella sensazione".
Quella sensazione di istintivo stupore, quell'attesa, quei secondi di silenzio: la più immediata e spontanea scintilla di luce che si innesca nel cervello e nel cuore di fronte ad alcune opere artistiche. È proprio per questo motivo che ho deciso, con grande felicità, insieme alla famiglia, di ospitare nelle sale del nostro Museo le opere di Federico Tanzi.
C'è qualcosa di lontano e di profondo, sono seduto anch'io a quel tavolo davanti alle brocche e ai piatti pronto per pranzare... con chi? Non lo so. Di questo silenzioso paese sto percorrendo la strada di accesso, lo conosco, qualé? Non lo so. Ero bambino quando rimanevo ore a guardare quei mostri di metallo e cemento, freddi ed enormi, si l'ho fatto... dov'ero? Non lo so. Questa è pura semplicità talmente cosciente e sapiente di esistere che diventa stranamente anche la tua: Eccolo il mio primo pensiero di fronte alle opere di Tanzi.
Ci dà la possibilità di entrare in un ambiente magico, un mondo privo di contorni definiti ma con dentro tutta la realtà e l'essenza del luogo e della persona; privo di quelle classiche regole di cui siamo fin troppo circondati e assuefatti, cogliamo la semplicità della Fede, l'esistenza di tanti piccoli universi ognuno abitato ed amato, il mistero della bellezza di un momento, colto in maniera sincera e chiara... così che possa fare parte di tutti noi. La sua e una chiarezza che ci sale addosso lentamente, ma si dirige in profondità, che sembra promettere di non abbandonarci mai... come i veri "Credo" personali.
Sono in debito con l'Arte... Le ho dato alla fine tutta la mia vita, ma anche questa splendida Signora ha un dovere verso di me: quello di Elevarmi e non di intrattenere. Con Tanzi ci è riuscita.


Luigi Bellini

Musica, pittura, scultura, poesia, letteratura, hanno da sempre un filone di ispirazione religiosa frutto del travaglio interiore e della ricerca spirituale che, in ogni stagione della storia - personale e collettiva - ha posto l'artista in relazione con la divinità e con l'assoluto, secondo la rivelazione del mistero - prima pagano e poi cristiano - che ha guidato la vita morale dei singoli, dei popoli e delle nazioni. L'arte di ispirazione religiosa e cristiana ha sempre accompagnato la ricerca degli artisti.
Anche se la fede è, a volte, mille miglia lontana dalla loro testimonianza, il fascino e direi la passione per il sacro, per l'invisibile che cercano di rendere visibile, il tormento interiore che li accompagna, riesce a diventare "visibile" e "tangibile" nella loro opera che lascia il segno alle generazioni presenti e a quelle future.
Come ogni artista, anche Federico Tanzi, ha, al suo attivo, una ampia produzione di ispirazione religiosa. In questa ricerca spirituale, egli testimonia due verità: la prima la familiarità che ha con queste divine presenze che sin da bambino e poi nell'età adulta hanno guidato i suoi passi frettolosi; e poi la semplicità con cui ripropone il mistero cristiano che ha tutte le sembianze della pittura del grande Chagall. Tanzi volutamente non completa l'opera nei minimi particolari, ma lascia al visitatore attento di ammirare nell'estasi del momento religioso, i vari momenti di una vita redentrice che si donata, senza ritorno, sino alla fine.
Basta sfogliare il cd ed "Federico Tanzi. Percorso di una vita". Progetto a cura di Mauro Pantani, Athena spazio Arte. Parte prima e Parte seconda, per toccare con mano come questa esperienza religiosa accompagni i giorni e le notti insonni dell'artista che dalla terra di Ciociaria ha percorso l'Italia portando nell'anima la passione per il bello e per il sacro, per la natura e per l'infinito. Il mistero cristiano riesce a coinvolge e a travolge l'artista Tanzi.
La natività con la stella verso la luce; l'ultima cena; l'incoronazione di spine; Giuda l'uomo che vede Gesù per 33 denari, il traditore che dietro alle sue spalle ha soltanto il vuoto; la flagellazione, l'incoronazione di spine, le pie donne che incontrano l'uomo dei dolori; il Crocifisso, la deposizione, la risurrezione, l'angelo pasquale, l'ascensione; la Madonna; i santi come Francesco d'Assisi, il sacerdote che alza l'ostia santa per mostrarla al mondo, i vari paesaggi, i rifiuti urbani, la vigna, i pesci che giocano nell'azzurro del mare, le luci di luna: tutto è sacro per Federico Tanzi che tra tecnica mista, pastello e tempera riesce a portarti in alto e a toccare in questo nostro tempo povero di idee e di progetti il messaggio dell'artista Tanzi si trasforma in incubo per quanti nella vita fanno dell'arte solo un momento estetico capace di creare emozioni, ma non di guidare, di trasformare e di elevare l'esistenza.
Con l'arte l'uomo riesce a dare il meglio di sé. Pensiamo ai nostri contemporanei: a Guttuso, a Messina, a Manzù, a Consadori, a Longaretti, a Scorzelli, a Dina Bellotti, per citare e onorare anche il genio femminile, che hanno speso la loro vita solo per trasmettere alle generazioni future la bellezza dell'arte religiosa. Pensiamo a tutti gli artisti nel Novecento italiano ed europeo. L'unica loro passione, il loro quotidiano tormento non era il guadagno facile, ma solo quello di lasciare l'impronta del loro passaggio artistico. Federico Tanzi si ricollega a questi geni silenziosi che dopo la breve stagione dell'applauso e della gloria, ritornano ad essere semplici, umili e discreti, a volte anche anonimi, ma continuano a trasmettere una potenza interiore che sfida le mode e la calura di una intelligenza che non lascia segni al suo passaggio.
Federico Tanzi ci ha lasciato i grandi segni del suo passaggio e gli studi e il catalogo che sfogliamo tra le mani, conservano la freschezza del primo momento di ogni opera artistica che si rivela fresca ed incompiuta perché deve essere ancora spiritualizzata a sufficienza. L'opera di ispirazione religiosa di un artista non è fatta solo per essere ammirata e contemplata; è fatta per elevare i cuori verso l'alto, per unirti al Creatore della vita che attraverso gli artisti ritorna a concreare la bellezza del mondo. Tra Creatore che crea e l'artista che ricrea si stabilisce un rapporto unico e singolare. Come i poeti, come i musicisti: creare un'opera è pur sempre portare Dio all'uomo e l'uomo a Dio.
Pensiamo a Bach, a Mozart, a Beethoven; pensiamo a Dante, a Montale, a Libero De Libero, altro genio che ha cantato la terra di Ciociaria; pensiamo a Federico Tanzi ed allora il cerchio della genialità si allarga e si restringe nello stesso tempo. Essi, insieme, hanno obbedito ad una passione artistica, trasmettendo agli uomini e alle donne del loro tempo, il mistero della bellezza che continuerà ad affascinare il cuore di tutti sino al totale compimento della storia.
Per questo meritano gratitudine, lode e gloria. Per questo, anche dopo la loro morte, continuano ad essere vivi in mezzo a noi con la loro arte e con il loro messaggio spirituale.


Gianfranco Grieco

...Pittore, scultore, affrescatore, disegnatore, ceramista: Federico Tanzi, un artista completo. Oggi approda ad un luogo espositivo appropriato al suo pensiero, ai suoi lavori. Il "Magazzino 5" del prestigioso Museo Luigi Bellini di Firenze. Situato sulle rive dell'Arno dantesco, opera architettonica di Adolfo Coppedè e sede di capolavori del Quattrocento e del Rinascimento.
Nella scultura di Federico Tanzi domina quasi sempre trasparenza e colore: forme sognate, misteriose e oniriche, danno corpo a pensieri, riflessioni, immagini librarsi nell'aria, stati d'animo. Si tratta di visioni sognate che si materializzano, diventano reali. Riesce ad assemblare utensili di ogni forma e tempo, passato e presente. Ammassi di tralicci e di ferri multiforme: contorti, spezzati, tutto ciò che è reale riesce a trasformarlo in forme surreali che ridiventano poi reali, quasi sempre di facile lettura, di significati simbolici, metaforici, molto spesso di alto contenuto morale ed un profondo sentimento religioso.
II Maestro sente come "bisogno dell'anima e del corpo" ritornare nella sua terra di origine, luoghi dell'entroterra laziale, il frusinate, terra pregna di cultura antica e di tradizione millenaria. Ha bisogno di "disintossicarsi" dai luoghi sempre più inquinati: respirare quell'ossigeno che gli ha fatto muovere i primi passi stando a contatto diretto con la natura. Quell'aria sana che gli serve per rigenerare energie nuove, linfa per la sua creatività. Un numero rilevante dei lavori di Federico Tanzi denuncia con determinazione questa società malsana e sempre più contaminata. Questa è la mia doverosa ma breve testimonianza per sottolineare il cammino costante del Maestro che alterna i lavori pittorici a quelli plastici, esprimendosi in modo diverso, ma con i medesimi contenuti. Egli porta saldamente con se quel legame ombellicale con le sue origini. Testimoniando in ogni impegno artistico la vita agreste e semplice della sua terra, la natura: ricordi lontani, ma sempre vivi e presenti!


Silvio Amelio

Fra i tanti ricordi, tutti all'insegna dell'affetto e della stima reciproca, che mi legano a Federico Tanzi e che derivano da una lunga anche se discontinua frequentazione, ne ho ripescato uno, particolarmente antico, nascosto fra i recessi della memoria, da collocare alla metà circa degli anni Sessanta di quel secolo "breve" che abbiamo da poco archiviato senza troppi rimpianti.
Piombino era, in quel periodo, un centro urbano di medie dimensioni che, dopo essersi lasciata alle spalle la crisi del primo decennio postbellico, nella ripresa economica simboleggiata dai pennacchi di fumo delle sue acciaierie, sembrava proiettato verso un futuro solidamente florido. Il benessere che si stava diffondendo coincideva con la crescita, anche culturale, di una working class sempre più emancipata dalle antiche pastoie del proletariato e ormai in procinto di evolversi in piccola borghesia. Proprio in quegli anni, nel locale liceo classico "Giosuè Carducci", tradizionalmente scuola selettiva e di élite, per la prima volta il numero degli iscritti figli di operai fini per superare quello degli alunni che provenivano da famiglie alto borghesi: imprenditori, medici, avvocati, architetti... Fu allora che, all'interno di un ristretto gruppo di studenti, nacque l'idea di fondare un piccolo circolo culturale, di matrice laica, apartitica e aconfessionale, che rispondesse alle esigenze di aggregazione di molti giovani e, soprattutto, arricchisse quel bagaglio di conoscenze letterarie, musicali ed artistiche che la scuola, nonostante le migliori intenzioni, non riusciva a garantire in modo soddisfacente. Nacque cosi il "Galileo" che, nella sua pur breve vita, riusci, tra le altre cose, ad aprire nuovi orizzonti alle giovani menti, organizzando mostre di pittura, scultura e fotografia a livello nazionale e contribuendo a farci uscire da quell'atmosfera di grigio provincialismo che ancora attanagliava la nostra cittadina. La galleria di cui il circolo si era dotato era frequentata, in quelle occasioni, da molti pittori locali, alcuni destinati a crescere in bravura e fama, altri che sarebbero passati come fugaci meteore, tutti, però, in grado di alimentare accesi e, non di rado, turbolenti dibattiti, sulle incerte sorti dell'arte contemporanea.
In uno di questi affollati vernissage ebbi modo di conoscere Federico Tanzi che mi colpi, da subito, per il modo pacato con cui partecipava alle discussioni e per la logica semplice e ferrea che era costantemente alla base delle sue argomentazioni. Atteggiamento che lo distingueva, in maniera netta, dalle pose e dai toni, spesso ai limiti della presunzione e della guasconeria, della maggior parte degli altri interlocutori. Solo più tardi seppi che anche lui si dedicava alla pittura ed ebbi l'opportunità di vedere alcune sue opere. Finalmente, nel 1968, gli fu dedicata, negli stessi spazi, una personale che dimostrò, in maniera inequivocabile, come il panorama artistico cittadino si fosse arricchito di un nuovo, incisivo talento.
I suoi paesaggi industriali che, personalmente, ritengo appartenere alla fase più significativa e luminosa della produzione di Federico, colpirono straordinariamente la mia sensibilità di adolescente ancora, artisticamente, un po' confuso. In un inevitabile sforzo associativo mi vennero in mente Carrà, Boccioni, Morandi, perfino Rosai. In realtà il nostro personaggio che vicende esistenziali e lavorative avevano proiettato, con inevitabili contraccolpi geografici e culturali, dalla natia terra ciociara a Milano e, infine, a Piombino, pur con qualche influenza dovuta ad alcune, importanti, frequentazioni, apparteneva alla non esigua schiera degli autodidatti di ingegno e capacità non mediocri. Appena giunto nella cittadina la cui vocazione marinaresca e portuale sembrava essere stata definitivamente soffocata dalla proliferazione industriale, aveva subito anche lui il fascino "malsano" della fabbrica, dello smog, delle ciminiere, con il vantaggio, però, di poter conservare una prospettiva "esterna", tutto sommato privilegiata, dato che la sua professione gli consentiva di trovarsi al di fuori degli opifici industriali ed aveva la mente naturalmente sgombra da ogni tipo di condizionamento e pregiudizio.
Tanto per ricorrere ad un confronto illustre, Renato Guttuso, la cui sporadica presenza a Piombino non mancò di produrre positive spinte emulative, si era avvicinato alla fabbrica, all'epoca della chiusura della Magona, animato da quella inesausta volontà di supportare gli sforzi degli operai tesi al miglioramento delle proprie condizioni e, nello specifico, alla difesa del posto di lavoro, che derivava dal suo forte impegno politico. Per lui, quindi, l'agglomerato industriale, oltreché luogo dove si lavorava in condizioni disumane, era innanzitutto una fucina all'interno della quale, al pari dell'acciaio, si tempravano i caratteri e nascevano e si consolidavano nuove idee di democrazia e libertà. Fernando Farulli, importante pittore fiorentino che ebbe con Federico rapporti di familiarità e di amicizia, rimase, all'inizio, quasi traumatizzato, come lui stesso racconta, da quel groviglio di tubi e ciminiere, da quei complessi rugginosi e alienanti, che stridevano clamorosamente con la serenità della campagna circostante e, soprattutto, con la bellezza del mare, sullo sfondo. Poi, poco a poco, "le luci e le fiamme, l'aria lacerata e colma di questo fuoco veemente, come se tutto il mondo fosse ormai fuoco" lasceranno sempre più spazio all'esaltazione, eroicizzata fino al mito, del lavoro, della fatica che finisce per sublimare l'individuo. Nel ciclo de "I Costruttori" la fabbrica non è più il Moloch, divinità mostruosa che pretende sacrifici umani ma diviene una sorta di "Saturno che divora i suoi figli, ma anche li crea".
Altri pittori piombinesi, accomunati dal fatto di essere quasi tutti impiegati all'interno dell'industria, più o meno in quegli stessi anni, avevano rivolto l'attenzione ai diversi aspetti del microcosmo operaio, chi calandolo in una dimensione quasi epica, come Sirio Bandini, chi evidenziandone, con sarcasmo spesso feroce ed amara preveggenza, quelle problematiche che ne avrebbero determinato la futura crisi, come Romano Guantini, con i suoi disegni caratterizzati da uno spirito caustico e dissacratorio. La fabbrica, per oltre un ventennio, analizzata sotto un profilo economico, politico, antropologico e socio-culturale, divenne il centro degli interessi di molti studiosi e ricercatori universitari e numerose furono le tesi di laurea redatte sull'argomento. Non ci fu nessuno, però, che ebbe la capacità di osservarla e rappresentarla con quella lucidità, ad un tempo sbigottita e commossa, che caratterizza lo sguardo, particolarissimo, di Federico.
Appena stabilitosi a Piombino, la sua sensibilità di uomo "profondamente legato alle meraviglie della natura", è in un certo senso mortificata dallo spettacolo di una fabbrica che, anziché collocare i suoi capannoni nelle lontane periferie, sembra aver inglobato il centro urbano, costringendolo in spazi sempre più angusti. Non a caso, nei suoi primi quadri, l'industria, con le sue alte mura, le ciminiere, il fumo onnipresente, è l'elemento dominante ed inquietante e l'essere umano non è che una presenza accessoria e saltuaria. Quest'uomo integerrimo, con ancora negli occhi e nel cuore gli ambienti sani ed incontaminati, le acque limpide dei torrenti della nativa Ciociaria, si fa latore, attraverso le sue opere e le sue riflessioni, che non di rado affida a giornali ed a scritti privati, di un pensiero che potremmo definire "ecologista" ante litteram. In un momento nel quale, più o meno consapevolmente, si era disposti a barattare i rischi cui la salute dei cittadini era esposta a causa del forte inquinamento atmosferico, con un duraturo benessere economico, Federico Tanzi è uno dei pochi a sottolineare le terribili prospettive di un futuro sempre più tecnicizzato dove si potranno avverare le tragiche profezie dell'asservimento dell'uomo alla macchina, con conseguente perdita di identità e lo fa con encomiabile coerenza, sia come uomo, animato da un profonda e quasi francescana religiosità, che come artista, dominato da una visione altamente morale dove, a fronte di una inevitabile constatazione della negatività del presente, non mancano mai la speranza e la fiducia in quanto di buono, piccolo barlume del divino, c'è, nonostante tutto, in ognuno di noi.
Ho conservato una pagina tratta dalla cronaca locale in cui, con severità e, nello stesso tempo, senza ricorrere ai toni esasperatamente polemici che oggi vanno per la maggiore, esprime disagio e rammarico per come il nostro paese, naturalmente privilegiato da un'eccezionale posizione geografica e potenzialmente ricco di bellezze naturali, si sia sviluppato in maniera anomala, quasi a dispetto di questi favorevoli presupposti. "Peccato, questa città cresciuta male... "così recitava l'emblematico titolo dell'articolo che, nella sua semplicità ed immediatezza, conteneva, quasi venti anni fa, elementi di amara riflessione, senza dubbio condivisibili da parte degli attuali esperti di urbanistica più sensibili e consapevoli di un tempo, almeno cosi ci auguriamo, rispetto a queste problematiche.
Non voglio insistere sugli aspetti più specificamente tecnici della sua arte, che altri hanno affrontato, con profondità e competenza, in questo stesso volume. Voglio invece sottolineare come, nel lunghissimo percorso umano ed artistico di Federico, quasi nessuna esperienza sia rimasta estranea alla sua curiosità e alla sua volontà di misurarsi con linguaggi sempre nuovi, salvo poi abbandonarli per tornare alle vecchie, consolidate certezze. Così si possono spiegare le non frequenti, anche se felici, incursioni nel campo dell'astrattismo, talvolta ai limiti dell'informale, e la conversione alla scultura, frutto di un processo più complesso e meditato. In questo ambito, infatti, il nostro non segue i consueti canoni e, pur non disdegnando pietra e metalli fa una scelta per molti aspetti rivoluzionaria, finendo per privilegiare il più infimo dei materiali, la plastica che riuscirà a "domare", sapientemente, col fuoco.
Le figure che crea, nella loro suggestione, conservano solo un barlume di naturalismo ed assumono un valore fortemente simbolico. In questo universo di forme, dove si possono scoprire animali reali e fantastici, trovano spazio anche alcuni dei soggetti sacri che Federico aveva spesso sviluppato, con esiti ugualmente toccanti ma con gli strumenti più immediati del disegno e della pittura. Taniche, bottiglie di detersivo, contenitori di plastica di ogni genere e misura, sono "riscattati" dal destino inglorioso della discarica e rinascono a nuova vita, all'insegna del "nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma", assurti addirittura alla dimensione, particolarmente elevata, dell'arte. Il successivo utilizzo dello "stirolo", un materiale più duro e compatto, dalla struttura quasi microcristallina, a fronte di un aumento consistente delle difficoltà di lavorazione, gli aprirà nuove prospettive, consentendogli anche opere di formato maggiore.
Gli ultimi ricordi che ho di lui risalgono al primo decennio del nuovo secolo e sono, indubbiamente, i più toccanti. Ripercorro spesso, con nostalgia, quelle lunghe chiacchierate durante le quali, oltre a mettermi al corrente dei suoi ultimi lavori e ribadire la sua concezione esistenziale improntata ad un sostanziale pessimismo "costruttivo", mi raccontava delle sue, sempre più frequenti degenze, presso l'ospedale di Siena, motivate da una malattia degenerativa che lo aveva assalito, diversi anni prima. Quell'ambiente, pieno di sofferenza ma anche di profonda umanità, gli aveva consentito di fare "leopardianamente" di quel dolore, suo e degli altri, un ulteriore strumento di conoscenza che aveva tradotto, artisticamente, in disegni e ritratti di dottori e pazienti e gli aveva fatto trovare nuove e sincere amicizie. Mi sono spesso chiesto dove trovasse la forza ed il coraggio di reagire ad una patologia che avrebbe fiaccato chiunque altro. La risposta l'ho trovata non solo nel suo carattere titanico ma, soprattutto, nell'amore della moglie e della figlia, e nell'affetto di tutti coloro che gli sono sempre stati vicini.
Va sottolineata anche la sua straordinaria generosità: nell'imminenza della mostra dell'aprile 2011, organizzata dal suo Quartiere, quando le forze gli erano ormai venute meno e alla vigilia del definitivo, fatale ricovero in ospedale, l'ultimo pensiero era stato per quelle acqueforti che voleva regalare ai visitatori e che riusci comunque a stampare, con sforzo sovrumano e la vista malferma, sul suo piccolo torchio. Ne conservo gelosamente una come prova lampante della sua inesausta volontà di donarsi agli altri. Non voglio aggiungere altro.
Federico Tanzi è stato un uomo profondamente buono, onesto, dall'animo limpido, amato, stimato e benvoluto da tutti: il fatto che sia stato anche un grande artista gli conferisce un privilegio non comune, quello di poter perpetuare, attraverso le sue opere, non solo le suggestioni della propria arte ma, soprattutto, un messaggio di alta moralità dove si può collocare la speranza, non illusoria, di un mondo migliore nel quale parole come pace, amore, fratellanza si riapproprino del loro alto significato. Sono certo che in tal modo Federico si è guadagnato, anche qui sulla terra, un piccolo frammento di eternità.


Pablo Gorini

Federico Tanzi pensa a lei, alla pittura, a Venere, nata da una conchiglia e dolce consorte di Vulcano, signore del fuoco, brutto, temibile distruttore. Botticelli eleva la dea ideale universale di perfezione estetica. Lei, fluttua sul mare, esile e angelica. Nuda, calde, eccitante, presuntuosa. Sospinta da Zefiro, fecondatore. La natura come forza motrice. E questo spirito mitologico stimola Tanzi che disegna giochi decorativi sinuosi Un'armonia, leggermente malinconica, sospesa nel tempo. Uno sguardo sereno, quello di Federico Tanzi, raffinato. In lui emozioni e passioni d'intelletto e di sensi, un fascino antico che brilla come una statua greca. Le sue cose dipinte, la sua pittura, Venere. Sensibile, scapestrata, mortale. Eros, il figlio, eredita i suoi tratti migliori: vanità e capriccio. Femmina ribelle e folle, ama il dio della guerra, Ares, osa civettare con Narciso, bellissimo e inutile, che la respinge struggendosi fino a morire, per rinascere fiore. Scatena una guerra, per una mela. Genera anche Enea. Corruttrice, falsa e ingannatrice, invoglia Paride a rapire Elena. Sette sono i suoi difetti fisici. I più gravi? Un'imperfezione sopra il sedere e i capelli biondi. Ma Federico riesce a cancellare questi peccati dalle sue composizioni, e i suoi disegni divengono irresistibili, si trasformano in un fantasma d'amore che, pacatamente, sfuma per lasciare solo il ricordo puro.
Tanzi pensa da cattolico, affronta il tema del malato, in ospedale. Seppellisce la malinconia, per carattere, ma tratteggia la paura, l'ansia, la speranza di chi languisce, solo, di umiliazione nel dolore. Fissa un profondo senso di estraneità, i bisogni del cuore, la morte nei paraggi.
Le sculture di Federico Tanzi sono idee limpide che possono essere ammirate da fantastiche torri di bellezza. Dobbiamo scalare vette immaginarie e avere una visione dall'alto di statue solitarie che sono solo la metà del viaggio da compiere. Crescere in una torre disabitata, perduta, senza sapere cosa è il mondo e da dove la vita appare un sogno infranto. Per Federico Tanzi il deserto dell'anima diviene un amaro profumo, isolato, dimenticato in un medioevo in cui la punta dell'incubo svanisce dentro robusti torrioni difensivi. I mostri come unica consolazione. La vita, per Tanzi, è una serie inesausta, una collana di momenti non sempre felici, è una magica pila di libri che si ergono come torri, pinnacoli celesti fatati. Vertici fiammeggianti. Mai volgari.


Andrea Baldocchi

Questa mostra inaugura una serie di rassegne dedicate a pittori e scultori piombinesi con un criterio che, senza discriminare la qualità, dovrà tenere nel giusto conto anche il dato anagrafico, ed è dedicata ai quaranta anni di sodalizio con l'arte di Federico Tanzi. Il nostro artista è un fulgido esempio di come si possa mantenere intatto il senso orgoglioso di appartenenza al proprio paese d'origine, alle proprie radici etniche e culturali anche dopo quasi mezzo secolo di residenza in un'altra città, Piombino, il luogo dove ha scelto di vivere e San Giovanni Incarico, il borgo natio: si può parlare non di un'anima divisa a metà fra l'amore per la Maremma Toscana e la Ciociaria, ma di due anime che coesistono dialetticamente e si completano.
Fin dagli esordi della sua attività di pittore Tanzi ha saputo interpretare, come pochi, il rapporto fra città e fabbrica, particolarmente significativo per Piombino, realtà urbana nella quale non si sa bene dove finisca l'una e inizi l'altra, riuscendo a coglierne gli aspetti più caratterizzanti senza porre l'accento, come altri, sulla dimensione alienante e disumanizzante del lavoro, senza far prevalere l'atmosfera plumbea e cupa delle ciminiere fumanti e dello smog. Il paesaggio industriale è riprodotto dal nostro pittore con una essenzialità di geometrie e cromatismi dove l'uomo non si vede, ma se ne avverte costantemente la presenza. Se, viceversa, avesse esaltato retoricamente in totale sintonia con molta pittura del tempo la dimensione eroica e populistica del lavoro in fabbrica, le sue opere, al di là di una loro validità storica, apparirebbero ormai anacronistiche e inevitabilmente datate. Il messaggio di Tanzi è invece ancora attuale e valido: "Ouesto è il nostro mondo" - sembra ammonirci - "questa è la realtà in cui ognuno di noi vive, città-fabbrica o campagna che sia, e non dobbiamo né eroicizzarla né demonizzarla, solo adoperarci per renderla migliore, cominciando col migliorare noi stessi".
In 40 anni di intensa attività, pur senza rinnegare i propri esordio, Tanzi ha attraversato varie evoluzioni stilistiche, ha moltiplicato i soggetti, ha complicato il segno senza renderlo meno fluido, ha superato certe monotonie tematiche, concedendo si anche scelte cromatiche più decise, ha compiuto sperimentazioni tecniche, si è dedicato alla pittura di murales, alla scultura. E proprio in quest'ultimo campo che si è verificata la metamorfosi più vistosa dell'artista, che ha coinciso con la scoperta di un materiale certo meno nobile della pietra, del marmo, del bronzo, ma che si è dimostrato estremamente docile e dotato di una incredibile potenzialità espressiva: la plastica. Il simbolo più tangibile di come l'uomo si sia inserito brutalmente nel perenne ciclo naturale, creando un qualcosa di inalterabile e inattaccabile persino dalla forza erosiva del tempo, scoria infima e inquietante del progresso tecnologico, domato e plasmato dal fuoco, assurge a materia quasi nobile, capace di esplodere in caleidoscopi di forme e colori.
Al di là del valore artistico, dell'estrema suggestione dell'opera finita, ciò che conta è il profondo significato simbolico dell'operazione di Tanzi: è il trionfo dell'arte sulla materia bruta, è il monito di alto valore ecologico e, se vogliamo dilatarne ulteriormente il senso, l'espressione di una visione ottimistica della vita. L'artista-demiurgo, sublimando, attraverso il suo gesto, la materia che più di ogni altra simboleggia la nostra corsa sfrenata vero l'autodistruzione, dimostra che non è troppo tardi per salvarci. Tanzi, uomo di grande ed intima religiosità, interpreta la vita alla luce di una fede profonda, primigenia, quasi francescana, come emerge dalle sue opere e dai suoi scritti.
Alieno da qualsiasi forma di cinismo, di preconcetto pessimismo, il nostro artista è un uomo sereno, dalla coscienza limpida che enuncia, attraverso vari codici espressivi di trasparente interpretazione, una filosofia semplice, immediata, propria di chi ha meditato a lungo sulla vita ed ha capito che l'essenza della verità va cercata nei valori dell'amore, dell'amicizia, della solidarietà, che fanno parte dell'esistenza quotidiana, normale, ma non banale di ogni individuo.


Pablo Gorini

Il mio approccio all'arte di Federico Tanzi è mediato da lunga e profonda amicizia che mi consente, forse per una sorta di conoscenza per affinità e sintonia, di comprendere l'evoluzione del suo cammino d'artista. A guardar bene c'è come un filo conduttore che lega la produzione del Tanzi: la ricerca di valori umani e spirituali che egli ha assorbito fin dall'infanzia, nella nativa S. Giovanni Incarico, nel respiro della natura e nell'esplosione degli ampi spazi di luce e di calore della sua campagna laziale. Il contrasto ambientale, e forse umano, con le geometrie surreali e irrespirabili di Piombino, ove Tanzi abita da molti anni, ha sollecitato larga produzione pittorica come denuncia, ma anche come proposta, per un degrado che tarda a recuperare dimensioni urbanistiche e urbane. Egli ha utilizzato, via via, i canoni espressivi di varie scuole d'arte per veicolare richiami, messaggi, proposte, speranze alla sua Piombino e, per essa, al cattivo uso della scienza e della tecnica in ogni angolo del pianeta.
Prima di giungere alle originali elaborazioni di materia plastica e di reperti bellici, Federico Tanzi ha sperimentato i linguaggi dell'informale, del cubismo, dell'espressionismo, del simbolismo, del surrealismo, della pop art, dell'arte povera. Nei vari acrilici e nelle opere a tecnica mista, ove campeggiano ciminiere, aria irrespirabile, cieli lividi, gente spaesata, oleastri contorti, il riferimento cubista è come mitigato dal chiarore delle case e da fiori disseminati qua e là, superstiti dopo il diluvio dello smog industriale. Un segno e un presagio di rinascita? Certamente. E ciò in netta contrapposizione al fato e all'ineluttabilità degli eventi. Le opere pittoriche piombinesi, pur contrassegnate da luci artificiali, da colori rugginosi, metallici e da apparente immobilismo, assumono una calibratura tonale e modale che ne fanno opera di alto pregio e di sicura, anche se stimolante godibilità. L'animo artistico e umano del Tanzi, mai pago di forme e stilemi conseguiti, è così andato alla ricerca di nuove materie da plasmare, quasi a misurarsi in uno sforzo immane per imprimere nuove e buone forme per più convincenti messaggi.
Bergson, ne l'Evoluzione creatrice, ha scritto che lo slancio vitale ha bisogno di un ostacolo, la materia, per poter creare delle forme. In certa misura, l'artista Federico Tanzi sta lottando contro gli scarti di materia plastica, contro l'ostacolo della contaminazione ecologica, contro ogni vuoto (le taniche, i bidoni buttati via) per creare nuove forme (Eumorfismo) e colmare vuoti anche umani. Un'esemplificazione emblematica della felice risposta a questo sforzo artistico è l'opera in plastica denominata "Il Monumento", riprodotta nel catalogo. Come si può notare, è una costruzione ascensionale di figura ieratica intronizzata. Un modo simbolico di ricollocare la natura nel luogo e nel ruolo che le compete: in dignità e solare regalità.
Il Tanzi ha come evocato questo "Monumento", con una sapiente sollecitazione e manipolazione della sua arte, in ascolto di ciò che la natura detta gradualmente nella sua evoluzione creatrice. La novità di tale ricerca sta nel forzare dolcemente la materia affinché esprima quel che ha dentro di sé e che uno Spirito le ha impresso. Quella forma che grandi artisti come Michelangelo hanno intuito come imprigionata nel marmo e che hanno sollecitato a venire alla luce. Nell'opera 'Il Monumento", realizzata con tanichette della Supercortemaggiore che contenevano olio per motori, il Tanzi ha fatto emergere forme nuove, che erano state come imprigionate nella forma finalizzata a scopo unicamente industriale. Nessun materiale di rifiuto è veramente tale per un vero artista, che si sente come padre o madre di ciò che è in essere, pronto a partorirlo di nuovo, ove occorra.
In queste opere di "recupero" il Tanzi rivela un mutamento cromatico: egli utilizza, infatti, colorazioni vivide e brillanti, quasi in contrapposizione con i colori di molte sue opere pittoriche piombinesi. I gialli, i rosso porpora, i verde bottiglia, i bianchi campeggiano nelle sculture in plastica. Una sorta di trasfigurazione della natura che si prepara ad abitare "cieli nuovi e terre nuove"? Un annuncio beneaugurante per la nuova Piombino che si va orientando nel pianeta di un turismo intelligente, e orgogliosa delle sue potenzialità storiche e ambientali? E possibile.
Va comunque detto che le apparenti accentuazioni o distorsioni formali di questa serie plastica non hanno grandi affinità con quelle di grandi maestri come El Greco o Van Gogh, perché sono rapportate ad una forza sorgiva che scaturisce dal Creatore di tutte le cose. E nemmeno il Dadaismo, con il suo richiamo alla casualità, può apparentarsi con la tecnica del Tanzi il quale, anzi, ritiene il caso come il nome laico di Dio. Mentre forse un certo riferimento al Simbolismo, come accento posto sulla spiritualità, sull'arte come rivelazione del trascendente e dell'invisibile ai sensi può rinvenirsi nelle sue produzioni. Così pure, un altro referente potrebbe sere il Surrealismo con la sua poetizzazione del banale e del privo, o meglio "privato", di valore. Niente di decorativo o di giustificativo la violenza e della guerra nel Tanzi. I reperti bellici utilizzati in certe sue opere esprimono aneliti di giustizia e di pace, di un uomo fortemente aperto alla speranza e al futuro.


Giampaolo Thorel

Federico Tanzi è nato a San Giovanni Incarico nel 1926 e risiede a Piombino. Dopo aver viaggiato molto per motivi di lavoro si stabilisce verso la metà degli anni cinquanta a Piombino, dove frequenta Carlo Guarnieri con il quale stringe un'affettuosa e duratura amicizia che non diventerà però mai condivisione di scelte stilistiche e tematiche. Conosce da vicino anche la misurata vitalità di Cesare Zavattini, dal quale apprende la capacità di costruire, grazie ai familiari modi comunicativi del Maestro, l'amore per l'arte. Esordisce nel 1956 al premio di pittura Città di Rosignano e del 1959 è la prima personale che tiene a Piombino, nel Palazzo Comunale.
Sin da questi esordì giovanili e dai successivi passi compiuti negli anni sessanta si evince che Tanzi al di fuori dei rigidi canoni dettati da fredde impostazioni accademiche - ha già dato inizio a quella ferma ricerca di espressione di luce arricchita continuamente da un'entusiastica analisi formale basata sulla purezza della linea che si rifletterà anche nella concezione dei lavori più maturi.
Al Palazzo delle Esposizioni di Roma, nel 1964, un suo olio viene acquistato dal Ministero dell'Interno - tale opera figura sulla copertina del catalogo. Nel 1972 conferma la propria abilità conseguendo con un'incisione un importante riconoscimento, sempre al Palazzo delle Esposizioni. Pochi anni più tardi, nel 1975, ottiene il primo premio da parte della galleria d'arte Atelier des Images, mentre l'anno successivo allestisce una personale di pittura alla galleria Montenapoleone di Milano.
Non cedendo alla fatua seduzione del fantastico fine a se stesso, Tanzi mantiene un notevole rigore figurativo, realizzato con un disegno nervosamente sicuro e con una solida impalcatura compositiva - elementi questi che vengono apprezzati dalla Pontificia Commissione d'Arte che lo invita nel 1979 alla Mostra d'Arte Sacra ad Assisi L'uomo e il creato e nel 1980 presso l'Abbazia di Montecassino assieme a Fazzini, Greco, Messina, Purificato, Monachesi e Annigoni.
Per quanto riguarda la sua tematica poetica, essa si presenta nella modulata composizione di vertiginosi agglomerati industriali - vivide ciminiere fumanti e silenziose case senza finestre proiettate verso nuovi orizzonti - con i quali formula la propria vibrante denuncia contro l'inquinamento ambientale.
Capacissimo di isolarsi dalle correnti del suo tempo, egli non rifiuta però un certo rapporto di continuità con la ricchezza coloristica tipica dell'impressionismo, che plasma secondo un'ottica personale in cui pulsano le più svariate sfumature emotive peculiari del suo carattere esuberante ma al contempo timido. La travolgente forza del carattere fa sì che Tanzi manipoli il colore con frenetica passione, dimostrando altresì quell'animo di scultore furiosamente innovativo che gli permetterà di ricevere con una scultura di plastica il secondo premio al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, nel 1983. A coronamento di una carriera interamente dedicata all'arte gli è assegnato, sempre nel 1983, l'Oscar del Successo dal primo canale della Rai.
Mano a mano che matura queste esperienze in lui cresce sempre più il desiderio di esprimersi contro l'uomo che distrugge, creando dinamiche composizioni scultoree forgiate dalla plastica: nel 1990 gli viene infatti riconosciuto a Ferrara il primo premio De Pisis. Nel 1992 un pubblico internazionale si sorprende ad ammirare la sua arte nella splendida cornice senese del Chiostro di S. Cristoforo dove vengono esposti quadri e sculture; nel 1995 la Regione Toscana lo include nel Rapporto sul sistema dell'arte moderna e contemporanea in Toscana - progetto coordinato dal prof. Crispolti. Al Museo d'Arte Moderna di Pechino, infine, l'ultimo successo con il primo premio Cina 1996. Inoltre, un suo dipinto fa parte della raccolta del Museo Domus Pacis di Assisi e una sua scultura di plastica, dal titolo Vescovo mitrato, è presente presso la Segreteria di Stato della Città del Vaticano.
Il lungo racconto di quaranta anni di vita attiva di Tanzi nell'arte vuole quindi soffermarsi, con questa antologica che vivrà nel Chiostro di S. Antimo, sui valori che l'artista intende trasmettere attraverso la sua intensa e sofferta interpretazione della realtà contemporanea - nei confronti dell'agire umano egli svela, con le sue sculture e con i suoi quadri, un immediato pessimismo, non privo comunque di speranza ma volto piuttosto a far risorgere nell'uomo, simbolicamente, l'amore, la dignità e il rispetto per il creato. L'impressionismo è l'evento più notevole verificatosi in Europa dal Rinascimento, di cui soppiantò lo stile visivo, dal quale derivano virtualmente tutti i conseguenti sviluppi in pittura e scultura fino ai giorni nostri. Ed è proprio lo scambio attuato dagli impressionisti tra un classico approccio concettuale, basato sull'idea della natura di ciò che vediamo, e un nuovo approccio percettivo, fondato sulla reale esperienza visiva, a stimolare la sensibilità di Tanzi che arriva così a rifiutare una realtà stabile per sostituirla con una più transitoria, più soggettiva, enfatizzando la spontaneità di una genuina visione lontana dagli schemi della tradizione rosaiana che nutriva spesso i proprì campi espressivi con tagli prospettici paesaggistici in primo o addirittura primissimo piano. In Tanzi il paesaggio, costituito da case pudiche quasi mute, fugge sovente nel registro superiore della tela per lasciare spazio a un'inesausta ricerca coloristica vibrante ma composta che trova, a mio modo di vedere, un punto di contatto con il sapiente equilibrio tra forma e luce perseguito da Sisley - è soprattutto nelle opere degli anni sessanta che Tanzi dà prova di coerente padronanza tonale nell'uso dei grigi che, rendendo quasi palpabile l'atmosfera, permettono una lineare transizione fra acqua, case, alberi e cielo e accentuano più la delicatezza della percezione che il dinamismo del l'immaginazione. Ogni disegno o dipinto di questi anni, ma anche dei successivi, si carica di suggestione, con quella magia della costanza che ne fa la più difficile e rara virtù; ogni colpo di bulino o soffio di pennello scopre di Tanzi un filo multicolore ininterrotto e vario, un resoconto minuzioso, senza falsi pudori o reticenze, di tutti i pensieri del proprio profondo spirito, dei fiammeggianti moti del proprio cuore.
Egli non nega la presenza umana per esprimere la natura dei sentimenti che lo muovono e guarda, sente e soffre con colori predominanti e caldi, in particolare nei lavori degli anni ottanta, ove si pone di continuo l'esigenza di rinnovamento per cosi superare il tormento della facilità della mano che afferra il pennello o la matita divenuti ormai terminali del pensiero stesso. E, non temendo in alcun modo la dispersione di un potente patrimonio intellettuale e tecnico, Tanzi si rivela, verso la metà degli anni ottanta, virtuoso di un nuovo impianto scenico, l'eumorfismo, fantastico allestimento di uno spettacolo onirico, tutto intuito diretto delle cose, che scorre a lampi di grazia e di citazioni colte sfruttando ogni giocosità dell'animo e una gestualità ora enfatica ora meccanica scrupolosamente calibrata in un enigmatico scenario denso di vigore malinconico e allusivo. La figura come forma autonoma si spiana eliminando o modificando notevolmente l'intrinseca struttura caratteristica, lo spazio prospettico si condensa in un nucleo complesso e magnetico nel quale acquista ancor più vitalità il rapporto semantico segno-significato. Ulteriore risalto assume il valore clamante del colore timbrico fino al limite della dissonanza, per l'arroccarsi a giganteschi blocchi contrastati, in una calcolata strategia di trasformazione mnemonica dello spazio, privo di ogni funzione meramente illustrativa e mai spoglio di puntuali vibrazioni atmosferiche.
Una variegata complessità e sovrabbondanza di sperimentazioni e di verifiche, e più ancor un'urgenza quasi fisiologica di dare consistenza visuale, pittorica a miriadi di fantasmi, di impulsi di idee che sono egregiamente documentate nei pastelli e negli acrilici che passo passo accompagnano la definizione di questo nuovo linguaggio, basata sul valore espressivo del colore, connaturato a un nuova concezione del mondo, inteso come un accumulo greve di scorie spesso dannose ma dalle qui li è pur possibile setacciare gamme cromatiche vitali e utili.
Come un artefice d'altri tempi - alla fine deg anni settanta - Tanzi aveva già avviato un interessante processo di evoluzione scultorea in linea con il desiderio pittorico di individuare una certa palingenesi spirituale: spinto dall'impeto di muovere la società dalla contaminazione della tecnologia e dalla massificazione dell'intelligenza, egli aveva iniziato a modellare la materia plastica per esplorarne la potenzialità e per ribadire la propria folgorazione di fronte all'aggressività dell'uomo. La scelta del materiale, con la fragile e repentina essenzialità della plastica stessa, non implica perciò una particolare rottura linguistica rispetto allo statuto spaziale della pittura, anzi costituisce una struttura ermeticamente saldata all'identica determinazione di Tanzi di annientare il tetro polo dell'ombra per un pacato ottimismo, da modulare secondo contrappunti cromatici e richiami formali quotidianamente concreti come la plastica. Un'esplosione scultorea che si vuole manifestare attraverso il materiale meno nobile e meno qualificato che si possa immaginare, il più artificiale, da reinventarsi ogni volta tacendo ricorso a mani magiche in grado di intervenire sulla cruda essenza per trasfigurarla in opera d'arte di sicura maturità e di apprezzabile pienezza espressiva: non si confonda però tale modus con il procedimento sperimentale di Burri, poiché questi prevede dei telai di supporto per conquistare consistenza materica alla sua sottile ricerca, mentre Tanzi sollecita e si muove entro un contenitore spaziale tridimensionale indispensabile per dare autorevolezza alla sua logica che mira alla rigenerazione dell'uomo tramite l'arte.


Andrea Baldocchi

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